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New addictions: Hikikomori e generazione 2.0 - di Manuela Piccolo

Le “Nuove Dipendenze” (o New Addictions) comprendono tutte quelle nuove forme di dipendenza in cui l’oggetto è un comportamento o un’attività lecita e socialmente accettata. Possiamo dire che si tratta di forme di dipendenza “giustificate” e legali che rispecchiano la società tecnologica dei new media, dove la tecnologia dà l’impressione di amplificare le proprie qualità sensoriali, mentali e immaginifiche, costruendo un universo virtuale parallelo in cui vengono sperimentate  nuove forme di comunicazione e relazione, che possono nascondere a volte disagi personali profondi.

Il soggetto viene, in tal modo, completamente assorbito dall’oggetto della propria dipendenza, arrivando a trascurare relazioni affettive, sociali, lavoro, studio, progetti di vita, ecc.

La dipendenza è un processo che si innesca quando una persona, nel contatto con un particolare oggetto o nella reiterazione di un determinato comportamento, si sperimenta in maniera diversa e legge tale ristrutturazione del sè come positiva e più funzionale.

Dal2009, inseguito alla rapida escalation dell’ utilizzo di Facebook e della comunicazione virtuale al posto di quella umana e reale, si è iniziato a parlare di Hikikomori. In Giappone, da dove trae origine, il fenomeno è aumentato dal 2009 al 2015 di circa il 400%.

Dati allarmanti sono in crescita esponenziale anche in Europa.

Cosa succede in particolare?

Si controlla il profilo Facebook in piena notte, si rinuncia a un aperitivo per restare in casa a chattare. La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora di punta. Sei tu a decidere quando aprirla, puoi selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti ad uno schermo aumentano.

La casa diventa l’unico porto sicuro, una sorta di bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.

L’autoreclusione inizia dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo virtuale. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti ad un monitor.

L’hikikomori smette di avere bisogni pratici, non si cura di sé, del suo aspetto fisico, il suo unico bisogno è quello di espandersi mentalmente attraverso la rete, attraverso la scrittura, la pittura, la creatività.

La cosa realmente preoccupante di questo fenomeno è che l’hikikomori finisce con l’appassire nel vero senso della parola, perché si nega alla luce, ai rapporti sociali, e piano piano, deperisce e muore.

Cosa si può fare?

Uscire dall’isolamento è difficile. Curare dei soggetti in hikikomori è un’ardua impresa, perché rifiutano di lasciare il loro habitat e nessuno riesce a raggiungerli. Inoltre, aspetto da non trascurare, è la non volontà di tornare a un’esistenza normale a rendere tutto più complicato, perché la loro è una scelta, è un’auto esclusione dalla vita.

“Mi sento al sicuro solo qui” è la frase che si sente dire più spesso.

L’ hikikomori è un alienato per scelta, sebbene esistano delle cause scatenanti che portano il soggetto a voler fuggire dalla realtà; ad esempio, soggetti che per natura molto timidi o che sono costantemente oggetto di scherno da parte dei coetanei sviluppano una forma di repulsione e di rifiuto verso quella società che, di fatto, ride di lui.

Non bisogna relegare il fenomeno a semplice apatia o forma acuta di timidezza. È qualcosa di più, è come un morbo che pian piano si espande a macchia d’olio e che sta coinvolgendo sempre più paesi, compresa l’Italia, anche se in forme diverse.

Secondo alcuni psicoterapeuti, come la dott.ssa Carla Ricci, autrice del libro: “Hikikomori: adolescenti, volontà di reclusioni”, il fenomeno in Italia ha preso una piega diversa e presenta dei lati meno feroci. L’isolamento non è quasi mai totale: gli hikikomori italiani, a differenza dei giapponesi, accettano di consumare i pasti coi genitori, e di vedere, di tanto in tanto, un amico con cui passare delle ore. Ciò è dovuto anche a una differente organizzazione della società e della famiglia rispetto al Giappone, dove il fenomeno è visto dalla società come un’onta e qualcosa da nascondere, per cui le famiglie non se ne preoccupano e preferiscono, anzi, agevolare l’esclusione dell’adolescente nel tentativo di nasconderlo al mondo.

Tuttavia il fenomeno italiano, pur essendo ancora marginale, desta già preoccupazione. Sempre più genitori lamentano nei loro figli una sorta di “apatia” e di disinteresse verso tutto, per cui sempre più spesso gli adolescenti vengono affidati alle cure di psicoterapeuti e questo, in qualche modo, fa da argine a una degenerazione della patologia.

Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro. Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi nel web. Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà, incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà.

Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale.

Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo.

O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.

Non esistono ancora dati ufficiali per quanto riguarda l’Italia. Purtroppo, siamo in uno spaventoso ritardo culturale, sociale, imprenditoriale. Questo tipo di studi dovrebbe far parte al primo posto nella annuale legge di stabilità sotto la voce “Ricerca e Innovazione” come misura preventiva.
A mio avviso bisognerebbe cominciare a parlarne e ad alzare il livello dell’attenzione, prima che diventi a tutti gli effetti una piaga psico-sociale moderna del nostro Paese.

Dott.ssa  Manuela Piccolo psicologa 

Ha studiato Psicologa clinica, iscritta all'albo degli Psicologi del Lazio (n. 21319).

Si sta specializzando in Psicodiagnosi per la valutazione clinica e medico-legale presso l'Università La Sapienza di Roma. Si occupa di percorsi di sostegno psicologico individuali, familiari e di coppia, valutazione psicologica e psicodiagnosi. Organizza gruppi di aiuto, seminari e corsi di formazione. Lavora nelle scuole con bambini disabili.

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