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Le tre dimensioni della preghiera - Prima dimensione

1. Prima dimensione

Conoscere il divino nell’umano - Nella sua primaria espressione, la “preghiera” si radica in una dimensione che definiremo antropologica, propria cioè dell’essere umano. Se è vero che l’ánthropos, come sostiene Platone (Cratilo, 399c), è caratterizzato da autocoscienza, simile attitudine con cui percepisce in profondità il proprio vissuto si traduce in “preghiera”. L’autocoscienza comporta presenza a se stessi, consapevolezza del proprio sé, attenzione alle dinamiche interiori. In questo senso i Padri greci giocavano sull’assonanza dei due termini: prosoké/attenzione e proseuké/preghiera. Il primo termine implica “volgere la mente”, “fare attenzione”, “essere consapevoli” (ritroviamo simile invito nel Vangelo di Luca, 17,3; 21,34).

Il secondo significa “rivolgere verso” (pros) Dio le proprie invocazioni (euché). Questo farà dire a Simone Weil (1909-1943), di ascendente ebraica e celebre ricercatrice religiosa, che «l’attenzione è l’essenza della preghiera. … La qualità dell’attenzione è strettamente collegata alla qualità della preghiera» (Attesa di Dio, Milano 1972, pp. 75; 77).

A questa stregua il “credere” che è implicato nel “pregare” può essere definito come “conoscere il divino nell’umano”. Lo scandagliamento dell’umano è quindi il punto di partenza. Il “luogo” dove avviene questo scandagliamento è il “cuore”, simbolo delle profondità interiori. «La fede si basa sul cuore, leggiamo in Brhadaranayaka Upanishad, IX, Brahmana 21. Nel cuore la fede ha il suo fondamento». Ma il cuore è anche il “luogo” da cui scaturisce la preghiera: «È il cuore che prega», afferma perentoriamente il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2562). Da qui il ricorrente invito dei Padri a «tornare al cuore» come esigenza primaria del vivere spirituale e a disporlo all’esercizio dell’orazione. Essi rileggono in chiave spirituale quanto viene detto nelle Scritture: «Il tuo servo ha ritrovato il suo cuore per pregarti» (cf 2 Sam 7,27).

 La preghiera dei non credenti o non praticanti - Intesa come risveglio interiore e presa di coscienza del proprio sé profondo, la “preghiera” viene rivendicata anche da non credenti o non praticanti. Di questo “sussulto interiore” ci ha lasciato singolare testimonianza Primo Levi (1919-1987), internato ad Auschwitz nel 1943 e morto probabilmente suicida. «Sono entrato nel Lager come non credente, e come non credente sono stato liberato e ho vissuto fino a oggi; anzi, 1’esperienza del Lager, la sua iniquità spaventosa, mi ha confermato nella mia laicità. Mi ha impedito, e tuttora mi impedisce, di concepire una qualsiasi forma di provvidenza o di giustizia trascendente: perché i moribondi in vagone bestiame? perché i bambini in gas? Devo ammettere tuttavia di aver provato, una volta sola, la tentazione di cedere, di cercare rifugio nella preghiera. Questo è avvenuto nell’ottobre del 1944, nell’unico momento in cui mi è accaduto di percepire con lucidità I’imminenza della morte: quando, nudo e compresso tra compagni nudi, con la mia scheda personale in mano, aspettavo di sfilare davanti alla “commissione” che con un’occhiata avrebbe deciso se avrei dovuto andare subito alla camera a gas, o se invece ero abbastanza forte per lavorare ancora. Per un istante ho provato il bisogno di chiedere aiuto e asilo; poi, nonostante l’angoscia, ha prevalso 1’equanimità: non si cambiano le regole del gioco alla fine della partita, né quando stai perdendo. Una preghiera in quella condizione sarebbe stata non solo assurda (quali diritti potevo rivendicare? e da chi?) ma blasfema, oscena, carica della massima empietà di cui un non credente sia capace. Cancellai quella tentazione: sapevo che altrimenti, se fossi sopravvissuto, me ne sarei dovuto vergognare» (La preghiera di chi non crede, VII Cattedra dei non-credenti, Milano 1994, p. 24).

Primo Levi sembra condividere quanto scrisse Etty Hillesum (1914-1943), l’ebrea morta ad Auschwitz, nel suo Diario (Adelphi, Milano 2012), dove considera Dio «la parte più profonda e ricca di me, in cui riposo. … Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto». Se la prima tappa verso il credere è il rientro in se stessi, vale quanto sempre Simone Weil ebbe a scrivere nel Quaderno IV: «Pregare Dio non solo in segreto…, ma pensando che Dio non esiste». E infatti, al dire del cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012), «ciascuno di noi ha in sé un credente e un non credente che si interrogano a vicenda».

La preghiera dunque implica anzitutto una presa di coscienza, un risveglio del mondo interiore, un contatto con le nostre anime, prima ancora che tradursi in una specifica esperienza religiosa, secondo i diversi “credo”. Lo testimoniava il Nobel giapponese per la letteratura Kenzaburō Ōe (1935-), quando proponeva, come antidoto alla crisi epocale che stiamo attraversando, la preghiera «comune a credenti e non credenti, dei quali – aggiungeva – faccio parte». Gli replicava il grande romanziere israeliano Amos Oz (1939-), dicendo: «Per un ebreo non praticante come me, pregare significa: pregare in un silenzio talmente profondo e con una concentrazione tale da riuscire, per un istante, ad ascoltare e ricevere la nostra stessa preghiera». E perché no? – aggiungiamo noi – la voce divina che in essa risuona. Non è azzardato cogliere nell’affermazione del celebre autore di Una storia di amore e di tenebra un’eco della grande lezione dei Salmi. In uno di essi si legge, alla lettera: «Io (sono) preghiera/tefillat» (Sal 108/109,4. Cf Sal 34/35,13: «La mia preghiera verso il mio seno»). André Chouraqui (1917-2007), personaggio di spicco nel dialogo ebraico-islamico-cristiano, traduce: «La mia preghiera riecheggia (se retourne) nel mio seno», mentre la Bibbia Tob (Traduzione ecumenica della Bibbia) rende con: «Io ruminerò la mia preghiera».

La preghiera, alla stessa stregua con cui sgorga spontanea nel cuore umano, memore, consciamente o inconsciamente, dell’originaria confidenzialità divina (si rilegga Genesi 3,8), comporta – ripetiamolo – come primo e insostituibile momento il rientro dentro di sé, la frequentazione dell’uomo interiore. E questo accomuna, come si è visto, credenti, non praticanti, non credenti (agnostici, atei)… Chi non ricorda una delle “Cattedre” del cardinale Martini sulla preghiera dei non credenti e il paradosso di Salvador de Madariaga (1886-1978), diplomatico, storico e scrittore: «Non so se credo o non credo: so che prego»?

Meditazione come radicamento nel centro - Un’esperienza o, se si preferisce, una pratica che accomuna questa prima categoria di “oranti” è la meditazione, intesa, secondo una possibile etimologia, come risveglio e frequentazione del proprio centro interiore (meditazione da med, ciò che sta in mezzo). Quest’aspetto caratterizza la cosiddetta “preghiera profonda” con la quale si intendono quelle modalità di orazione che comportano il radicamento nell’interiorità e di conseguenza l’apertura a quel Dio che è «più intimo del mio intimo e superiore a quanto mi sovrasta» (Confessioni, III, 6.11), come riteneva sant’Agostino (354-430), secondo cui l’anima si raccoglie in se stessa per elevarsi sopra di sé. Gli autori spirituali lo hanno ben compreso, là dove scrivono: «Se ti prepari a scrutare le profondità di Dio, volgiti prima alle profondità del tuo spirito. … Ascenda oltre se stesso, attraverso se stesso; per mezzo della conoscenza di sé alla conoscenza di Dio» (Beniamin minor, 3,8; PL 196,118 e 83; PL 196,59). È quanto afferma Riccardo di San Vittore (1110 ca.-1173), cui fa eco sant’Antonio M. Zaccaria (1502-1539) quando sostiene che l’uomo proteso verso l’Assoluto «lascia prima l’esteriore ed entra nel suo interiore, e da qui va alla cognizione (esperienza) di Dio» (Sermone II). Evidentemente si tratta di un prima e di un poi che si richiamano a vicenda, dal momento che tutti i processi spirituali hanno una natura “circolare”: da Dio all’uomo e dall’uomo a Dio. Gandhi (1869-1948), il Mahatma, affermava: «Il significato della preghiera è per me la volontà di evocare la Divinità in me nascosta». Di una simile volontà ci offre una splendida testimonianza Angela da Foligno (1248-1309), mistica d’eccezione, in riferimento al segno della Croce, che può quindi diventare l’ingresso alla preghiera profonda.

                                                                                                               Padre Antonio Gentili

Traduttore

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