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Le tre dimensioni della preghiera - Seconda dimensione

Seconda dimensione 


Preghiera nelle tradizioni teistiche - Come è ovvio, quanto detto costituisce il punto di partenza, l’indispensabile premessa che ci apre alla seconda dimensione della preghiera, quella teologale, ossia il riferimento a Dio, che abbiamo anticipato citando la beata Angela. Diremo anche a questo proposito che tale dimensione può essere sperimentata in modo implicito o esplicito. In modo esplicito viene sperimentata dalle tradizioni teistiche. Infatti l’essere umano è un essere dialogico; secondo Karl Rahner (1904-1984) è “uditore della Parola”. Qui si inserisce l’insieme di esperienze che ci rapportano con l’Assoluto o, in chiave cristiana, con la Triunità divina. Secondo quest’ultima prospettiva, la preghiera è dialogo trinitario: ritorno a Dio della Parola di Dio. Non per nulla la preghiera ebraico-cristiana si nutre dei Salmi, e cioè di un testo divino ritenuto rivelato che innerva l’orazione umana, e – come si è visto – ha abitualmente la sua espressione iniziale nel segno della Croce con le parole che lo accompagnano, e quella culminante nel Padre nostro, quando usiamo le parole di Dio per parlare a Dio ed entrare in comunione con lui.

Il significato del Padre nostro – insegna Benedetto XVI – «va ben oltre la comunicazione di parole di preghiera. Vuole formare il nostro essere, vuole esercitarci nei sentimenti di Gesù» (Gesù di Nazaret, pp. 164-165). Santa Teresa d’Avila (15515-1582), la riformatrice del Carmelo, affermava che attraverso questa preghiera possiamo raggiungere la «contemplazione perfetta» (Cammino di perfezione, 25, 1). Una conferma ci giunge ancora dalla beata Angela, la quale ci dice che, recitando il Padre nostro fece il pieno di Dio: «Tu sei piena di Dio».

Il Padre nostro

Seguiamo l’itinerario compiuto da Angela. Un anno dopo il pellegrinaggio ad Assisi che segnò la sua conversione, testimoniò: «Mentre ero in preghiera e mi accingevo a dire il Padre nostro, improvvisamente – notare il ricorrere di questo termine – udii una voce nell’anima che mi disse: “Tu sei piena di Dio”. In quel momento sentii tutte le membra del mio corpo pervase dal diletto di Dio… In quel momento mi veniva detto interiormente – e io lo sperimentavo – che Dio abbracciava l’anima mia, e sentivo come tutto era vero» (p. 200).

Verso la metà dei famosi “passi” che segnano il suo cammino spirituale, annota: «Una volta mi recai in chiesa e pregai Dio che mi facesse qualche grazia; mentre pregavo egli pose nel mio cuore il Padre nostro con tanta chiara comprensione della bontà sua e della mia indegnità che ogni singola parola era illustrata nel mio cuore; recitavo il Padre nostro lentamente e con piena cognizione di me… Provavo un’indicibile consolazione. Cominciavo a gustare qualcosa delle gioie celesti, poiché in quella preghiera, più che in alcun’altra, mi si rivelava con grande chiarezza tutta la bontà divina – e ancor oggi mi succede» (p. 146). Tre “passi” dopo aggiunge: «Dopo l’illuminazione e il conforto ch’io provai recitando il Padre nostro ebbi la mia prima grande esperienza della dolcezza di Dio» (p. 152). La beata prosegue dicendo che, afferrata da tale esperienza, per quasi tutto quel giorno – così scrive – rimasi in piedi nella cella dove mi ero segregata volontariamente a pregare, tutta sola e raccolta, e il cuore era in quel gaudio. Poi venni meno e persi la parola» (p. 154). Come si può notare, nell’esperienza di Angela dono e compito si intrecciano. A questo singolare appuntamento ella si presenta in uno stato di preghiera e chiede ulteriori grazie. Poi la recita dell’orazione avviene «lentamente» – «ogni singola parola» – e con piena cognizione di se stessa, e cioè cogliendone le risonanze interiori. Infine non va trascurato l’esito psicosomatico: «Provavo un’indicibile consolazione… Sentii tutte le membra del mio corpo pervase dal diletto di Dio».

Noi vorremmo soffermarci su quest’ultimo aspetto, nell’intento di condividere, se possibile, l’esperienza di Angela. Al di là dell’uso della parola, la recitazione del Padre nostro, quantomeno in ambito liturgico, comporta l’apertura delle mani e l’elevazione delle braccia (e quindi dell’intera persona) nel gesto classico dell’orante cristiano. Possiamo però rifarci a un altro dato. Poiché il Padre nostro è, come ci ricorda il grande apologeta Tertulliano (160-220), il «breviarium totius Evangelii; la sintesi dell’intero Vangelo», ci si può introdurre partendo dal triplice segno di croce sulle labbra, sulla fronte e sul petto, che compiamo alla proclamazione del Vangelo, così che la preghiera, oltre ad affiorare sulle nostre labbra, sostanzi i nostri pensieri e soprattutto riecheggi nei nostri cuori; quasi disponessimo di tre bocche, in modo da ripetere tre volte (la prima vocalmente, la seconda mentalmente e la terza a mo’ di risonanza interiore) le singole espressioni. Ciò esige, diciamolo con le parole di Angela, che la preghiera del Signore venga recitata «lentamente e con piena cognizione» del suo senso e delle sue risonanze interiori. Qui si potrebbe anche ricordare l’indicazione di sant’Ignazio di pronunciare le singole espressioni del Padre nostro sul ritmo del respiro in modo da coglierne via via tutte le possibili risonanze, attraverso opportuni richiami a passi paralleli dell’intero Vangelo.

Da quanto esposto finora si deduce che caratteristica di questa seconda dimensione è la pratica dell’orazione propriamente detta, che nella sua modalità più piena si traduce nella “preghiera del cuore”, quando cioè l’orazione diviene uno stato di incessante comunione con Dio.

Preghiera nelle tradizioni apofatiche - Poiché siamo invitati dalla Chiesa a coltivare il dialogo dell’esperienza religiosa come via maestra della riconciliazione tra gli uomini e della pace – dialogo che comporta «la condivisione delle rispettive ricchezze spirituali nel campo della preghiera e della contemplazione, della fede e dei modi di ricercare Dio o l’Assoluto» (Consiglio pontificio per il dialogo interreligioso, 1991, n. 3.42) – è bello prendere atto della comunione che ci lega, mentre preghiamo, a quanti si rapportano con il Divino nel silenzio più radicale. Che è poi la terza dimensione su cui ci soffermeremo tra poco. Si tratta di un aspetto che dobbiamo riconsiderare alla luce del “Cortile dei gentili” promosso da Benedetto XVI.

Ci chiediamo a questo punto quale esperienza di preghiera aperta a una fede si può riscontrare in tradizioni a-teistiche e apofatiche come a esempio il Buddhismo. Gandhi che, come si è visto, affermava: «Il significato della preghiera è per me la volontà di evocare la Divinità in me nascosta», riteneva «il Buddhismo una lunga preghiera. … Buddha (566-486 a.C.) non avrebbe potuto orientare la vita di milioni di uomini come fece e fa oggi, se non fosse stato abbastanza umile da pregare». Un pregare che comporta come momento preliminare quello scandagliamento che “sgombera l’ego” e apre gli spazi interiori verso l’Oltre: «Non potrai conoscere il significato di Dio – è sempre Gandhi che scrive – se non saprai prima ridurti a zero» (da Un dialogo con un buddhista).

Ci si domanda nuovamente: una simile “preghiera” a quale “fede” fa riferimento? Si tratta della fede, a detta dei discepoli dell’Illuminato, che «ciascuno ha dentro di sé qualcosa della natura del Buddha», natura che va ridestata e portata alla luce attraverso le molteplici armi della vita spirituale. Tale “natura” non richiama forse quel “qualcosa” che, ricordiamo Platone, ci rende «partecipi della Divinità», o quella «forza arcana» di cui ci parla il Concilio?

 Padre Antonio Gentili

 

Traduttore

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