Le tre dimensioni della preghiera - Terza dimensione

Terza dimensione

A questo punto si dischiude la terza dimensione, quella mistica, che costituisce a un tempo il traguardo dell’orazione e della fede. Tutte le religioni o tradizioni spirituali puntano sull’unione (sponsale) tra umano e divino, su un vero e proprio “assorbimento” amoroso (per rifarci alla preghiera dell’“Absorbeat” cara a san Francesco) del primo nel secondo. Questo incontro d’amore implica il silenzio della creatura: una ricettività totale. Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che l’attenzione a Dio «è rinuncia all’“io”» (n. 2715). La beata Angela viveva una simile esperienza all’elevazione dell’Ostia: «...Statim fuit facta in anima operatio mirabilis, quae est operatio silentii; subitamente si verificò nell’anima un’esperienza mirabile, l’esperienza del silenzio» (p. 374).

 

«Non c’è da stupirsi se, nelle diverse tradizioni religiose, la solitudine e il silenzio sono spazi privilegiati per aiutare le persone a ritrovare se stesse e quella Verità che dà senso a tutte le cose», in ultima istanza Dio. Quel Dio che parla, ma anche che tace, «come mostra la croce di Cristo. ... Se Dio parla all’uomo anche nel silenzio, pure l’uomo scopre nel silenzio la possibilità di parlare con Dio e di Dio» (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni, 20.5.2012).

In un’ottica cristiana, è con questo silenzio – definito dal Catechismo della Chiesa cattolica «insopportabile all’uomo esteriore» (n. 2717) – che entriamo in comunione di amore con il Padre, per il Figlio, nello Spirito santo. Si viene con ciò realizzando il massimo trascendimento di sé per immergerci in Dio, cui ci conduce la preghiera; quel massimo di trascendimento che ha fatto dire, dai Padri del deserto ai mistici moderni, che l’uomo che prega non sa di pregare… «La preghiera non è perfetta, finché il monaco ha coscienza di sé e sa di pregare» (cit. in G. Cassiano, Collationes, 9,21), afferma Antonio Abate (251-356), il padre del monachesimo occidentale. Cui fa eco Teresa d’Avila quando parla di «un grande oblio di sé, così profondo da fare credere di non esistere più» (Castello interiore 7,3,2). Come si può notare, la preghiera parte da un massimo di immanenza (rientro in sé) e conduce a un massimo di trascendenza (immersione in Dio). È qui la sua grandezza non meno che la sua efficacia.

L’incontro in amore si esprime in una beatificante comunione. Nella testimonianza di Angela, Cristo si identifica con l’anima fedele, fino a dire: «Tu es ego et ego sum tu; Tu sei io e io sono tu» (pp. 362; 580). Sotto il profilo sacramentale, l’esperienza di Cristo nel cuore giunge al suo culmine nella pratica eucaristica, sia quando riceviamo Corpo e Sangue di Cristo, sia quando comunichiamo spiritualmente nell’adorazione, che secondo l’etimologia del termine comporta venerazione (ad) e amore (os, oris: da cui orazione = bocca; bacio). L’adorazione, a sua volta, conduce alla comunione nel significato pieno del termine: «Nell’Eucaristia l’adorazione deve diventare unione» (Benedetto XVI, Omelia alla messa, 21 agosto 2005).

Caratteristica della terza dimensione della preghiera che abbiamo considerato è quindi la contemplazione.

  Padre Antonio Gentili