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Il cammino dell’uomo - di Martin Buber

Poco meno di cinquanta pagine effettive, un breve saggio in cui Martin Buber affronta un tema apparentemente smisurato, “Il cammino dell’uomo” è un piccolo concentrato di saggezza in sei capitoli, nei quali, prendendo l’avvio dall’insegnamento chassidico, e avvalendosi di detti, insegnamenti, racconti tratti dalla tradizione ebraica, l’autore riflette sulla condizione umana, sul rapporto dell’uomo con se stesso e con Dio. La disputa, la controversia, su quanto espresso nella Torah, tipica dell’approccio ebraico alla Scrittura, emerge sin dalla prima pagina, laddove si narra del dialogo tra un rabbi, ingiustamente imprigionato, e il capitano delle guardie, riguardo alla domanda che Dio fa all’uomo in Eden, dopo il peccato: “Adamo dove sei?” e, conseguentemente, sulla Sua onniscienza, messa in discussione proprio da questa domanda. Il Rabbi risponde alla provocazione

del suo interlocutore con un’altra domanda, anche qui seguendo una modalità tipicamente rabbinica di avvicinamento al testo e di relazionarsi con Dio, “in ogni tempo Dio interpella ogni uomo: dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo? Dove ti trovi?”. La risposta del rabbi, afferma Buber, pur non fornendo apparentemente alcuna risposta sul piano del testo biblico, “illumina sia la situazione di Adamo, nel momento in cui Dio lo interpella, sia la situazione di ogni uomo in ogni tempo e in ogni luogo”. Adamo è ogni uomo che si nasconde per sfuggire alle responsabilità della vita che ha vissuto e passa di “nascondimento in nascondimento”. Adamo dove sei? vuole essere così non più semplicemente una domanda di conoscenza da parte di Dio, ma una Sua provocazione all’uomo per distruggere questo meccanismo di occultamento “fargli vedere dove lo ha condotto una strada sbagliata, far nascere in lui un ardente desiderio di venirne fuori”. Mi sono nascosto”, risponde Adamo. Il ritorno a se stessi è necessario, è l’inizio del cammino dell’uomo, ma non il fine, poiché può esservi un ritorno a se stessi che è “sterile, porta solo al tormento, alla disperazione e ulteriori trappole”. Nascondersi, una delle attività che meglio riesce all’uomo, è quel rinunciare alla propria vocazione (e identità e missione…) cui ogni uomo è chiamato: ogni uomo è unico e ognuno “ha accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso diverso. È infatti la diversità degli uomini, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze, che costituisce la grande risorsa del genere umano”. Invece, spesso capita che cercando di appropriarsi di ciò che è dell’altro uomo,  si lascia sfuggire ciò che è proprio, rinunciando a realizzare, mette in evidenza Buber, citando un maestro chassidico, Baal-Shem, l’uno e l’altro. Il cammino dell’uomo è fatto di un incidere talvolta incerto, insicuro, di avanzamenti e, spesso, retrocessioni, soprattutto tra coloro con “un’anima molteplice, complicata, contraddittoria”, che evidentemente non può non determinarne l’azione: “gli impedimenti e gli inciampi dell’agire dipendono dagli impedimenti e gli inciampi dell’anima, l’inquietudine di questa si manifesta nell’inquietudine di quello. Un uomo di questo genere cosa può mai fare se non sforzarsi di superare le tentazioni che gli si presentano sul cammino verso la meta prefissata? Cosa può fare se non raccogliere la propria anima sfilacciata in tutte le direzioni, concentrarla e indirizzarla sempre nuovamente verso la meta, pronto inoltre nel momento in cui l’orgoglio lo tenta, addirittura a sacrificare la meta pur di salvare l’anima?”

L’insegnamento che Buber vuole offrirci è che l’uomo è in grado di unificare la propria anima: “L’uomo che ha un’anima molteplice, complicata, contraddittoria non è ridotto all’impotenza: il nucleo più intimo di quest’anima - la forza divina che giace nelle sue profondità - è in grado di agire su di essa e trasformarla, può legare le une alle altre le forze in conflitto e fondere insieme gli elementi che tendono a separarsi, è in grado di unificarla”.

Questo può avvenire sempre tenendo a mente che ogni unificazione dell’anima che l’uomo riesca a realizzare non può essere definitiva. Anche l’anima unitaria può incontrare difficoltà e inciampi, di conseguenza, questa ricomposizione non potrà mai essere piena, ma sempre maggiore della precedente: ecco l’essenza del camminare dell’uomo, nel suo incedere altalenante, anche nei suoi ritorni indietro, se persiste verso la meta e non si lascia avvinghiare dalle spire della frammentazione, può trovare una modalità di avanzamento costante, progressivo, così che, diventando una unità di corpo e di spirito insieme, possa compiere la sua opera “d’un sol getto”, senza ripensamenti o ritorni indietro, superare i propri conflitti e rivolgersi ai suoi simili in maniera pacificata, allacciare relazioni nuove, trasformate dalla sua stessa trasformazione. E l’uomo vuole affrontare questa conversione? O non preferisce piuttosto cambiare gli altri al rinnovare se stesso? Bisogna iniziare da se stessi, incominciare a cercarsi per ritrovarsi, incita Buber, e per far ciò cita un racconto chassidico, “Rabbi Hanoch raccontava: C’era una volta uno stolto così insensato che era chiamato il Golem. Quando si alzava al mattino gli riusciva cosi difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista: ‘Il berretto: là’, e se lo mise in testa; ‘I pantaloni: lì, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. ‘Si, ma io, dove sono? - si chiese all’improvviso in preda all’ansia - Dove sono rimasto?’. Invano si cercò e ricercò: non riusciva a trovarsi. Cosi succede anche a noi, concluse il Rabbi”.

Ora, a che scopo cercare e ritrovare se stessi? Per sé, per il proprio essere? La risposta di Buber è che se lo scopo è solo la salvezza della propria anima, siamo davanti alla forma più sublime di egocentrismo. Il ritorno, che nella concezione ebraica del cammino dell’uomo è il passaggio centrale, non si esaurisce nel concetto di pentimento e penitenze, almeno come esso è mutuato in una parte consistente dei credenti. Conversione “significa qui qualcosa di molto più grande di pentimento e penitenze; significa che l’uomo che si è smarrito nel caos dell’egoismo - in cui era sempre lui stesso la meta prefissata - trova, attraverso una virata di tutto il suo essere, un cammino verso Dio, cioè il cammino verso l’adempimento del compito particolare al quale Dio ha destinato proprio lui, quest’uomo particolare. Il pentimento allora è semplicemente l’impulso che fa scattare questa virata attiva chi si fustiga incessantemente per non aver ancora fatto sufficiente penitenza si preoccupa essenzialmente della salvezza della propria anima e quindi della propria sorte personale nell’eternità”. 

In questo ritorno, in questa conversione, l’uomo si accorge che gli manca sempre qualcosa o, per tornare a quell’Adamo dove sei? da cui Buber è partito, si nasconde, pensando che altrove, in un altrove non ben definito, ma sicuramente “altro”, possa realizzarsi l’unificazione della sua frammentazione, il suo compimento. L’uomo la cerca senza sosta, in ogni zona del mondo fisico e di quello spirituale, ma mai lì dove si trova. È nella quotidianità della storia, nella concatenazione di eventi che spesso aborriamo, “nella situazione che mi e toccata in sorte”, in quelle circostanze dalle quali si vorrebbe sfuggire, nella celebrazione della liturgia quotidiana degli uomini, che si può trovare “il compimento dell’esistenza messo alla mia portata”.

Secondo il Baal-Shem “ogni incontro con persone, e cose, racchiude un essenza spirituale segreta che ha bisogno di noi per raggiungere il suo compimento Gli uomini con i quali viviamo o che incrociamo in ogni momento, gli animali che ci aiutano nel lavoro, il terreno che coltiviamo, i prodotti della natura che trasformiamo, gli attrezzi di cui ci serviamo, tutto racchiude un’essenza spirituale segreta che ha bisogno di noi per raggiungere la sua forma perfetta, il suo compimento”. San Paolo aveva mirabilmente detto, nella lettera ai Romani (cap. 8), che anche la creazione geme nell’attesa della redenzione dei Figli di Dio…

Non tenendo conto di questo pensiamo solo ai nostri piccoli scopi personali e ci lasciamo sfuggire l’esistenza autentica, compiuta. “L’anima resta fondamentalmente arida e sterile, afferma Buber, a meno che da questi piccoli incontri, a cui noi diamo ciò che spetta, non sgorghi, giorno dopo giorno, un’acqua di vita che irriga l’anima”…

E in questo breve viaggio insieme alla cultura chassidica che Buber ci ha aiutato a scoprire, vorrei chiudere con una citazione di un altro racconto che viene dalla sapienza ebraica, utile per aiutarci a scoprire un tracciato in questo cammino dell’uomo che ciascuno compie da sé, ma insieme agli altri e verso Dio. “Il più grande discepolo di Rabbi Bunam, colui che, tra tutti gli zaddik, fu il personaggio tragico per eccellenza, Rabbi Mendel di Kozk, disse una volta alla comunità riunita: ‘Cosa chiedo a ciascuno di voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sé, non sbirciare dentro agli altri, non pensare a se stessi’. Il che significa: primo, che ciascuno deve custodire e santificare la propria anima nel modo e nel luogo a lui propri, senza invidiare il modo e il luogo degli altri; secondo, che ciascuno deve rispettare il mistero dell’anima del suo simile e astenersi dal penetrarvi con un’indiscrezione impudente e dall’utilizzarlo per i propri fini; terzo, che ciascuno deve, nella vita con se stesso e nella vita con il mondo, guardarsi dal prendere se stesso per fine”.

Recensione :http://www.betmidrash.it

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